Il genetista che analizzò le unghie di Chiara Poggi: “Vi dico perché mi sono fermato nelle indagini sul dna”.

A Fanpage.it parla il genetista Francesco De Stefano che firmò la perizia sulle unghie di Chiara Poggi: era il 2014 quando la Corte d’Assise d’Appello bis lo incaricò prima di condannare Alberto Stasi e il 2017 quando la Procura di Pavia sulla base di quella perizia archiviò le indagini su Andrea Sempio.

“Sono ancora convinto che se fossi andato avanti sarebbe stata una forzatura”.

A Fanpage.it parla il genetista Francesco De Stefano che firmò la perizia sulle unghie di Chiara Poggi: era il 2014 quando la Corte d’Assise d’Appello bis lo incaricò prima di condannare Alberto Stasi e il 2017 quando la Procura di Pavia sulla base di quella perizia archiviò le indagini su Andrea Sempio.

Il genetista che analizzò le unghie di Chiara Poggi: "Vi dico perché mi  sono fermato nelle indagini sul dna"

Oggi con le nuove indagini su quest’ultimo, ovvero l’amico del fratello di Chiara Poggi, si torna a parlare della perizia di De Stefano. Ma cosa trovò il professore sulle unghie di Chiara Poggi? E perché andare avanti con le analisi per lui sarebbe stato manipolare la realtà? Lo spiega lui stesso.

Professore, attualmente gli inquirenti che stanno di nuovo indagando su Andrea Sempio l’hanno chiamata?

No, e non so neanche se mi chiameranno. Sono già stato sentito nel 2017 dalla Procura di Pavia per un primo tentativo di riaprire il processo.

Ipotizzando, se venisse chiamato di nuovo per una perizia ci sarebbe materiale per rifare le analisi che ha fatto a suo tempo?

Prima di tutto penso che non sarei riconvocabile per un nuovo incarico. Difficilmente potrebbero darmi lo stesso incarico con lo stesso quesito perché io ho già valutato. É anche giusto che se ci fossero dubbi sul mio punto di vista, sia qualcun altro a rivalutare il tutto. Se venissi richiamato – per ipotesi – è per chiarire punti su cui ci possono essere dubbi, punti oscuri. Però, a quello che mi risulta, non ci sono nuove tracce da analizzare.

Quali sarebbero questi punti oscuri?

A mio avviso non ci sono. Il mio interrogatorio in udienza è durato tre ore, ho risposto a tutto. Punti oscuri non li vedo perché quei risultati, che erano frutto di una degradazione e difficilmente valutabili in termini quantitativi per la presenza di dna maschile, erano stati – in tutte le tre prove fatte – incostanti. Cioè non avevano dato risultati sempre uguali: in tre prove noi abbiamo ottenuto quattro caratteri di dna differenti. Come faccio a interpretare un risultato su questa base?

Ci può spiegare i risultati ottenuti con il suo lavoro a suo tempo?

Il dna presente in tutto il tessuto ungueale di Chiara Poggi che abbiamo analizzato era riferibile alla vittima. Era talmente tanta la sproporzione tra il dna di Chiara Poggi e il dna maschile che anche i test – fatti insieme con tutti i dna – erano risultati negativi per la presenza di dna maschile. Solo quando abbiamo provato a fare un’analisi che si rivolgesse al cromosoma Y abbiamo avuto qualche risultato. Sia chiaro, non un risultato completo per tutti i marcatori.

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Allora, come si fa in questi casi, abbiamo fatto una seconda prova e abbiamo ottenuto dei risultati complessi perché c’era la presenza di più di un dna maschile, ovvero almeno due. C’erano due marcatori in punti dove in teoria deve esserci un solo cromosoma Y. Quindi abbiamo dato fondo a quello che esisteva della traccia estratta e fatto una terza prova.

Cosa aveva ottenuto?

Per alcuni marcatori, ma non più di tre o quattro, abbiamo ottenuto risultati che confermavano solo in parte i risultati ottenuti prima, ma per altri marcatori abbiamo ottenuto risultati ancora diversi. A questo punto non me la sono sentita di fare una interpretazione perché avrei dovuto scegliere un risultato rispetto a un altro. E non avevo in mano nessuna carta così importante da giustificare di aver scelto un risultato piuttosto di un altro.

Applicando quel buon senso, che bisogna applicare quando c’è in gioco il futuro delle persone, ho detto che non me la sono sentita di dare un’interpretazione perché i risultati erano troppo variabili. Troppo complicato, ma non perché non ero in grado di farlo. Cosa che invece hanno fatto i consulenti difensori di Alberto Stasi, ovvero dimostrare che c’erano alcuni marcatori che potrebbero essere riconducibili all’attuale indagato. Sono comunque marcatori che potrebbero essere suoi ma anche di altri.

Io ho la certezza che durante la mia perizia ho visto più di un risultato dove invece dovrebbe essercene uno solo. Quindi per me c’era sicuramente parte di un dna ottenuto da un contatto con l’ambiente e con segni evidenti di degradazione. Sono ancora convinto che se fossi andato avanti sarebbe stata una forzatura.

Ora si parla di una nuova tecnologia…

Questo non vuol dire che con i software recenti non si possa provare a fare una identificazione, ma anche in questo caso sarebbe una identificazione non una prova. E ancora: se sono stati usati gli stessi dati di partenza e lo stesso software, avremmo sempre lo stesso risultato.

Se ci fossero altri reperti che all’epoca non c’erano o non mi erano stati consegnati e se su questi reperti fosse stato ottenuto un risultato chiaro, è un discorso diverso. Ancora adesso sono convinto di aver fatto bene a non forzare la mano su dei risultati che non potevano essere interpretabili. I risultati sono interpretabili se ci sono dei termini di paragone adeguati. Non c’è mai stato un risultato pulito. Se avessi deciso di prendere un dato piuttosto che un altro, avrei manipolato la realtà.

Secondo lei si sta cercando qualcosa a tutti i costi?

Ogni avvocato difensore penso che faccia bene a cercare qualsiasi possibilità per dimostrare che il proprio assistito sia innocente. L’importante è che ci sia l’adeguata valutazione che spieghi la realtà: ci deve essere una base scientifica solida. Si possono fare anche nuove valutazioni ma poi bisogna andare in udienza e dimostrare la scientificità dei propri risultati.

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