“A chi tocca dopo il Venezuela”. L’annuncio di Donald Trump, quali sono i paesi minacciati

Aveva promesso agli elettori americani quattro anni di pace e prosperità, un ritorno alla stabilità dopo stagioni segnate da conflitti e tensioni globali. Ma, con il passare dei mesi, la politica estera di Donald Trump sta prendendo una traiettoria molto diversa da quella evocata in campagna elettorale. Dopo l’intervento diretto in Iran,

il mondo ha assistito a un altro passaggio destinato a rimanere nei manuali di storia: l’attacco statunitense al Venezuela e l’arresto del presidente Nicolas Maduro. Due eventi che, messi in sequenza, delineano una strategia più ampia e inquietante, e che fanno pensare come questo scenario possa rappresentare solo l’inizio di una fase di forte espansione dell’azione americana.

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Il Venezuela è diventato il simbolo di un cambio di passo senza precedenti, un’operazione che ha scosso l’intero continente e ha riacceso il dibattito sul ruolo degli Stati Uniti nell’emisfero occidentale. La rapidità con cui Washington ha agito e il valore politico dell’arresto di Maduro hanno inviato un messaggio chiaro non solo a Caracas, ma a tutta l’America Latina. Un messaggio che, nelle ore successive, è stato reso ancora più esplicito dalle parole pronunciate dallo stesso Trump, deciso a non lasciare spazio a interpretazioni concilianti.

Donald Trump, la nuova dottrina

È stato proprio il presidente americano a chiarire le sue intenzioni, spostando l’attenzione su altri Paesi della regione. A bordo dell’Air Force One, parlando con i giornalisti, Trump ha puntato il dito contro la Colombia, sostenendo che «La Colombia è governata da un uomo malato a cui piace produrre cocaina, ma non ancora per molto» e lasciando intendere che nel Paese potrebbe esserci una «missione statunitense simile» a quella venezuelana. Parole che hanno immediatamente fatto il giro del mondo, alimentando timori di un’escalation che potrebbe coinvolgere nuovi fronti nel cuore del continente sudamericano.

Nel mirino del tycoon non c’è solo Bogotà. Trump ha allargato il discorso anche al Messico, affermando che «il Messico deve darsi una regolata, dobbiamo fare qualcosa», pur riservando parole di apparente stima per la sua presidente, Claudia Sheinbaum, definita «una persona fantastica» alla quale «offro ogni giorno di inviare truppe». Un’offerta che suona più come un avvertimento che come un gesto di collaborazione. Sul capitolo Cuba, invece, Trump ha mostrato un atteggiamento diverso, sostenendo che «è pronta a cadere» da sola e che «non penso sia necessario agire» direttamente, aggiungendo che i cubani «ora non avranno più soldi in arrivo» dal Venezuela.

Lo sguardo della Casa Bianca, però, non si ferma all’America Latina. L’Iran resta un nodo centrale nella strategia globale di Trump, che ha minacciato conseguenze durissime nel caso in cui la repressione delle proteste interne dovesse intensificarsi. «Stiamo monitorando la situazione molto attentamente. Se iniziano a uccidere persone come hanno fatto in passato, penso che saranno colpiti duramente dagli Stati Uniti», ha dichiarato il presidente, collegando esplicitamente le manifestazioni contro il carovita e il governo di Teheran alla possibilità di nuovi interventi militari.

A sorpresa, Trump è tornato anche a parlare di Groenlandia, riaccendendo una tensione mai del tutto sopita con la Danimarca. «L’Ue ha bisogno che noi abbiamo la Groenlandia», ha affermato, spiegando che «abbiamo bisogno della Groenlandia dal punto di vista della sicurezza nazionale, è così strategica». Secondo il presidente, «in questo momento la Groenlandia è piena di navi russe e cinesi ovunque e la Danimarca non sarà in grado di occuparsene», prima di ironizzare sulla risposta di Copenaghen, accusata di aver rafforzato la sicurezza aggiungendo «una slitta trainata da cani». Una battuta che non è stata accolta con leggerezza dal governo danese, che ha replicato con fermezza: «Basta minacce dagli Usa».

Trump ha respinto l’idea che l’operazione in Venezuela si inserisca nel solco della Dottrina Donroe, ma le sue stesse parole sembrano raccontare un’altra storia. Le radici di questa visione affondano lontano nel tempo, quando nel 1823 il presidente americano James Monroe formulò la dottrina che avrebbe definito l’America Latina come il ‘cortile di casa’ degli Stati Uniti. Da allora, Washington ha più volte ribadito la propria supremazia nell’emisfero occidentale, passando da Cuba al Cile, dall’invasione di Granada fino all’operazione Southern Spear in Venezuela. Oggi, ribattezzata dottrina Donroe dal New York Post, quella visione sembra tornare prepotentemente d’attualità, alimentando il timore che la nuova stagione della politica estera americana sia destinata a riscrivere gli equilibri globali con la forza.

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