Il punto di partenza è netto e non ammette sconti narrativi. Per Matteo De Giuseppe la condanna di Alberto Stasi non coincide automaticamente con la verità storica dell’omicidio di Chiara Poggi. È una frattura profonda, scavata nel tempo, quella tra ciò che è stato cristallizzato nelle sentenze e quella che De Giuseppe definisce la verità vera.
Una frattura che, secondo la sua ricostruzione, sarebbe stata costruita pezzo dopo pezzo da chi aveva interesse a incastrare il fidanzato di Chiara. Oggi, però, quei pezzi iniziano a consumarsi, lasciando intravedere scenari che per anni erano rimasti sullo sfondo.
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In questo contesto si inserisce un elemento che da settimane aleggia come un convitato di pietra. C’è un servizio de Le Iene pronto, confezionato, ma che non va in onda. Non per una scelta editoriale o per strategia televisiva, bensì per una richiesta esplicita della Procura di Pavia, che starebbe verificando elementi emersi dalle nuove indagini giornalistiche. È lo stesso De Giuseppe a raccontarlo senza giri di parole. “In questa vicenda – racconta De Giuseppe – sono state fatte cose inquietanti. Abbiamo trovato la testimonianza diretta di una persona che ha visto qualcuno in un luogo preciso e in un orario esatto, il giorno del delitto. E’ una testimonianza circostanziatissima“.

Garlasco, nuova verità processuale?
Ed è proprio su quel termine, circostanziatissima, che si apre uno squarcio. Circostanziata rispetto a cosa. All’orario della morte di Chiara Poggi, che per anni è stato dato per intoccabile. Non quello fissato nei processi, ma un orario che oggi potrebbe essere riscritto. “Lei ha visto questa persona intorno alle nove e mezza, nove e trentacinque – racconta De Giuseppe – quando è morta la povera Chiara, all’inizio, si parlava delle undici, undici e venti”. Un dettaglio che cambia tutto. La testimone sarebbe stata contattata tramite una familiare “che da 18 anni sentiva una cosa”, ma che solo negli ultimi mesi ha trovato il coraggio e la consapevolezza del peso di ciò che aveva visto. “Non aveva mai pensato – ha aggiunto l’inviato delle iene – che potesse essere collegabile. La persona di cui mi ha parlato è stata già collegata più o meno da altri testimoni. Ma questa è una testimonianza diretta. Poi ne ho trovata un’altra direttissima. Le persone attenzionate sono sempre quelle”.

Fin qui, viene da pensare, nulla di completamente inedito. Sono elementi che, come noto, erano già circolati e che su MOW erano stati anticipati. Ma è quando De Giuseppe torna su uno dei punti più controversi dell’intera vicenda che il racconto cambia tono e diventa esplosivo. La questione del DNA di Chiara Poggi sui pedali della bicicletta di Alberto Stasi viene definita senza mezzi termini. “Arriva una telefonata in cui si dice che serve qualcosa per incastrare Stasi – dice – poi subito dopo appaiono due grammi e mezzo di dna pulito sul pedale, che è stato detto che era sangue. Di solito sui pedali si trovano quantità modiche, e sono sporche, che provengono dalle suole delle scarpe. Qui si parla di due grammi e mezzo. Pulito. Il sospetto è che ce l’abbiano messo. Non è una certezza, ma le indagini del 2027 sono state catastrofiche”.

È nella parte finale del racconto che emerge la lettura più ampia e inquietante. L’impressione, secondo De Giuseppe, è che oggi la Procura di Pavia stia sì cercando i veri assassini di Chiara Poggi, ma allo stesso tempo voglia smantellare definitivamente una rete di potere che esisteva già nel 2007 a Garlasco. Una rete che coinvolgeva “anche uomini dello Stato” e che si sarebbe stretta attorno a Alberto Stasi per evitare che lo sguardo degli inquirenti si spostasse altrove. “Sempio? – dice ancora De Giuseppe parlando sempre al plurare rispetto a chi ha ucciso Chiara Poggi – Non voglio dire che sia colpevole, ma secondo me era lì”. Quel famoso altrove, rimasto per anni impronunciabile, oggi è diventato oggetto di attenzione concreta.
Sul futuro, De Giuseppe non nasconde l’attesa. “Potrebbero accadere delle cose in tempi molto brevi”. Sul perché questo non sia successo prima, invece, la risposta resta sospesa, carica di allusioni e paura. “A Garlasco tutti hanno molta paura di una famiglia e di una persona. Molta paura”. Una frase che chiude il cerchio e lascia aperta una domanda che da quasi vent’anni accompagna questa storia. Il video completo pubblicato da Francesca Bugamelli è qui sotto.