Il delitto di Garlasco continua a essere uno dei casi giudiziari più controversi e discussi della cronaca italiana recente. A distanza di anni dall’uccisione di Chiara Poggi,
avvenuta il 13 agosto 2007 nella villetta di famiglia, ogni dettaglio dell’inchiesta torna ciclicamente al centro del dibattito pubblico, alimentando interrogativi, sospetti e riletture degli atti. La scena del crimine, la dinamica dell’omicidio e l’orario della morte sono stati analizzati e rianalizzati nel corso di un iter processuale lungo e accidentato, che ha segnato profondamente non solo i protagonisti diretti, ma anche l’opinione pubblica.
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Al centro della vicenda giudiziaria c’è sempre stato Alberto Stasi, all’epoca fidanzato dell vittima, assolto in primo grado e poi condannato in via definitiva a 16 anni di carcere dopo l’appello bis. Una sentenza arrivata al termine di una lunga battaglia processuale, segnata da perizie contrastanti e da un ribaltamento delle conclusioni iniziali, soprattutto per quanto riguarda la compatibilità degli orari e i comportamenti tenuti da Stasi la mattina dell’omicidio. Proprio su questi elementi si è giocata una parte decisiva del processo.

Garlasco, le parole dell’avvocato di Marco Poggi
Il caso di Garlasco, però, non si è mai chiuso davvero nel dibattito mediatico. Negli anni sono emerse ipotesi alternative, nuove piste investigative e una costante attenzione su aspetti collaterali dell’inchiesta, come l’analisi dei dispositivi informatici e dei contenuti digitali legati alla vita privata della vittima e delle persone a lei più vicine. Un terreno delicato, che ancora oggi continua a produrre tensioni e prese di posizione forti.

In questo contesto si inserisce la decisione di Marco Poggi di diffidare i periti informatici che, durante il processo di primo grado, analizzarono il suo computer, utilizzato anche da Chiara Poggi, e quello di Alberto Stasi. La notizia è stata confermata a Fanpage.it dall’avvocato Francesco Compagna, legale di Marco Poggi, che ha chiarito come alla base della diffida ci sia una presunta diffamazione. “Avevano detto che erano più rilevanti i siti pornografici trovati sul pc di Marco Poggi rispetto alle immagini trovate sul pc di Alberto Stasi”. E ancora: “Questi periti vanno in tv per parlare di dati giudiziari, che avrebbero attinto loro, nei confronti di una persona che non è neanche coinvolta”.

Le dichiarazioni contestate rientrerebbero in alcune ospitate televisive dei periti informatici Roberto Porta e Daniele Occhetti, protagonisti delle analisi tecniche sui computer durante il primo grado di giudizio. Contattato da Fanpage.it, Occhetti ha precisato che, almeno per il momento, non ci sarebbe l’intenzione di replicare pubblicamente alle accuse mosse dal legale di Marco Poggi, lasciando così la questione sul piano strettamente legale.
Porta e Occhetti sono gli stessi consulenti che nel processo di primo grado ricostruirono l’attività svolta da Stasi la mattina dell’omicidio, sostenendo che avesse lavorato a lungo alla tesi di laurea dopo aver visionato materiale pornografico, e che gli orari risultassero quindi potenzialmente incompatibili con il delitto. Una ricostruzione che contribuì in modo determinante all’assoluzione iniziale. Successivamente, però, l’orario dell’omicidio venne rivisto rispetto a quello indicato in un primo momento dal medico legale che eseguì l’autopsia, e per i giudici della Corte d’Assise d’Appello bis Stasi ebbe il tempo necessario per uccidere Chiara Poggi.
Resta aperta anche la questione di ciò che Chiara Poggi potrebbe aver visto o consultato sui dispositivi informatici nei giorni precedenti alla morte. I periti avevano analizzato anche una chiavetta usb utilizzata dalla giovane tra l’8 e il 12 giugno, due mesi prima del delitto. In quel periodo Chiara aveva salvato un file dal titolo “abusati550”, contenente materiale legato a violenze sessuali commesse da preti. Un elemento che ha attirato nuova attenzione con il riemergere dell’ipotesi di una pista alternativa che coinvolgerebbe il Santuario della Bozzola, anche se, secondo quanto emerso, nessun file farebbe riferimento in modo specifico a quel luogo e, allo stato attuale, questi contenuti non sono risultati utili alle indagini.