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Ci sono storie che restano in bilico tra realtà e incubo. Storie che nessuno vorrebbe raccontare perché fanno vacillare ogni certezza. Quella di Liliana Resinovic è una di queste. Una donna qualunque, una mattina qualunque, scomparsa in modo assurdo nel cuore di Trieste, sotto gli occhi di tutti e allo stesso tempo di nessuno.
Una storia che sembra fatta di vuoti, di silenzi, di coincidenze troppo perfette per essere vere. Eppure, a distanza di anni, quelle immagini che sembravano inutili tornano a bussare, pretendono risposte. Le telecamere della scuola Allievi di polizia.
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Chi avrebbe mai immaginato che potessero diventare il centro di un mistero così inquietante? Riprendono una figura sottile, un passo tranquillo, un cappotto che sembra lo stesso ritrovato addosso a Liliana. Sono fotogrammi sporchi, granulosi, quasi da scartare. Invece sono diventati la miccia di una bomba esplosiva, perché se quella figura è lei, allora tutto quello che sappiamo crolla. Era il 14 dicembre 2021, poco dopo le 8:30 del mattino.
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Liliana cammina lungo il solito tragitto. Ci passa ogni giorno, conosce ogni curva, ogni ombra, ogni finestra. Non c’è nulla che faccia pensare a un pericolo in arrivo. Eppure da quei passi ordinari inizia un viaggio che non tornerà più indietro. I tempi non combaciano. Questo è il primo punto che mette paura.
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La distanza tra l’ultima ripresa e il punto in cui il corpo verrà ritrovato è breve, forse 7 minuti a piedi. Ma se i minuti registrati dalle telecamere non corrispondono a quelli reali, cosa significa? Chi ha messo mano a quegli orologi digitali? Perché spostare i minuti se non per confondere, per creare un buco temporale dove far sparire una persona? E poi c’è un’altra persona, un’altra testimone inconsapevole, Gabriella, la vicina di casa.
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Lei esce subito dopo, percorre gli stessi metri, segue la stessa strada. Se Liliana fosse stata davvero lì, l’avrebbe incrociata senza dubbio, anche solo per uno sguardo, un cenno con la testa. Invece niente. Gabriella cammina senza sapere di essere entrata dentro un enigma. Nessuna donna davanti a lei, nessun passo, nessun rumore, come se Liliana fosse evaporata tra un fotogramma e l’altro. E allora la mente corre alla possibilità più brutale.
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Un’auto che si ferma, una portiera che si apre, qualcuno che conosce molto bene Liliana, una voce che la convince oppure mani che la trascinano. Pochi secondi e il nulla. Nessuno vede, nessuno sente, nessuno sospetta. In alternativa resta l’ipotesi più subdola. Telecamere manomesse, orologi sfasati.
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Inchiodare i minuti sarebbe bastato a spostare completamente l’ordine degli eventi. Così la donna ripresa potrebbe non essere Liliana, ma un’altra persona vestita allo stesso modo. Un sosia, una messa in scena, un modo elegante e feroce di costruire un alibi e distruggere ogni traccia reale.

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Chi giocherebbe con un dettaglio simile se non qualcuno che non vuole verità ma buio, totale e definitivo. La verità è che non c’è nulla di normale in quella mattina. Non il modo in cui Liliana esce di casa, non ciò che lascia dietro di sé, non le tappe del suo cammino. Lei non porta il telefono, non prende nulla che possa localizzarla, come se stesse andando incontro a un incontro deciso in precedenza o come se qualcuno le avesse detto di non portare niente che non sarebbe servito. E qui la domanda si fa ancora più pericolosa. Con chi doveva
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vedersi Liliana? Chi era così importante da spingerla a uscire senza avvisare nessuno? Chi aveva il potere di farle cambiare le sue abitudini? A trovare il suo corpo saranno due sacchi neri, un modo frettoloso di nascondere un cadavere, ma allo stesso tempo accurato.
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Il busto avvolto, la testa chiusa dentro buste più piccole. Non è un suicidio. Chi decide di uccidersi non mette sacchetti sulla propria testa. Qui c’è un messaggio. Qui c’è una regia. e la posa del corpo non buttato, non gettato via, sistemato, come se qualcuno avesse voluto lasciare un segno privato, un ultimo gesto che parla di un legame contorto, né solo odio, né solo disprezzo, qualcosa di personale, intimo, forse troppo.
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Eppure il posto scelto non è lontano, è sotto gli occhi della città, 500 m da dove Liliana è stata ripresa per l’ultima volta. Un boschetto che chiunque può raggiungere senza farsi notare. Un luogo che suggerisce fretta, ma anche conoscenza del territorio. Chi ha portato Liliana lì sapeva bene dove mettere i piedi. Intanto le voci corrono. Vicini che raccontano di una donna diversa nei giorni precedenti.
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Occhi stanchi, pensieri cupi, come se ci fosse qualcosa che la tormentava o qualcuno, una presenza che si muoveva attorno a lei nell’ombra. E i professionisti del silenzio parlano di incidente o scelta volontaria, ma chi la conosce davvero non ci crede nemmeno per un istante. Liliana aveva la sua routine, i suoi ritmi, il suo mondo.
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Non esce senza dire nulla, non sparisce così, non lascia tutto come se non dovesse più tornare. Questa storia ha buchi grandi come voragini e in quelle voragini può esserci chiunque, un amante segreto, un amico traditore, un vicino insospettabile, qualcuno che studiava Liliana da tempo, che sapeva quando usciva, dove andava, con chi parlava, qualcuno che non aveva bisogno di far rumore perché aveva già tutto sotto controllo.
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E se quelle telecamere contenessero anche altro: una figura che si avvicina, un’auto che passa due volte, una sagoma che resta ferma a bordo strada, un dettaglio così minuscolo da sfuggire agli occhi di chi non sa cosa cercare. Forse la soluzione è già stata filmata e nessuno se n’è accorto. Guardate le foto del ritrovamento. Raccontano un caso di scomparsa, raccontano un sequestro, raccontano una manipolazione mentale, un’azione precisa e chirurgica.
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Chi l’ha uccisa conosceva Liliana molto da vicino. Chi l’ha uccisa non ha improvvisato. Ci sono dettagli che sembrano insignificanti finché qualcuno non li guarda con l’occhio giusto. Liliana uscì di casa senza telefono, senza documenti, senza cercare uno sguardo familiare a cui affidare un saluto.
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Questo da solo smonta qualsiasi favola del gesto volontario. Chi scompare da sola di solito porta con sé il mondo che si vuole lasciare, non lo abbandona ordinatamente sul tavolo. E poi c’è la fede, il simbolo di una vita condivisa, tolto dal dito senza una parola, un gesto piccolo ma dirompente, qualcosa che parla di un taglio netto, non però di un suicidio meditato, semmai di un conflitto, di un dolore che non voleva essere mostrato o di una persona che ha detto a Liliana di togliersela perché non sarebbe stata più utile, perché la sua vita stava cambiando e non nel modo che qualcuno si aspettava.
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Troppe cose erano fuori posto e troppe coincidenze erano perfette. Le viiche misurazioni delle telecamere, i passi, gli orari, quel minuto e 50 che Gabriella non potrà mai spiegare. Un tempo troppo breve per perdersi, troppo lungo per non lasciare ombre.
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Chi ha visto quelle immagini ha detto che il volto della donna ripresa non si distingue. Nessun tratto nitido, nessuna certezza visiva. E allora cosa rende quella figura così credibile come Liliana? Gli abiti, gli stessi che saranno ritrovati addosso al corpo 18 giorni dopo. Stesso colore, stessa postura, stesso modo di tenere la borsa. Ma se il volto non è visibile e se l’orario non coincide, chi garantisce che si tratti davvero di lei? È qui che entra in gioco l’ipotesi più inquietante.
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Una persona vestita come Liliana, messa sullo stesso percorso, ripresa apposta per far credere che Liliana fosse lì. una controfigura, un fantoccio con le stesse sembianze per costruire una narrazione falsa e inattaccabile. Perché prendere una donna, portarla via e far finta che stesse ancora camminando? per guadagnare tempo, per creare un’ultima immagine utile a costruire l’inganno perfetto.
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Chi ha manipolato quei dati sapeva esattamente che cosa stava facendo. Gli investigatori, nei primi mesi, si sono divisi tra ipotesi contrastanti. C’è chi ha voluto ridurre tutto a una crisi personale e chi ha visto fin da subito l’ombra lunga di un piano criminale studiato nei dettagli. La verità sta nel mezzo. Una donna può essere fragile. Sì.
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Ma questo non significa che si infili due sacchi neri sulla testa da sola e che si faccia ritrovare in posizione composta, quasi rituale. L’arma del delitto non è stata trovata, perché qui l’arma non importa. Non sono i colpi, non è la violenza che parla, è l’occultamento, la volontà di togliere Liliana dal mondo senza lasciarne traccia.
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Ma è impossibile cancellare tutto. Il boschetto dove è stata ritrovata non è un posto qualunque, è vicino a una caserma, è vicino a case, è vicino a strade trafficate, è troppo vicino per fare ciò che è stato fatto senza che nessuno vedesse nulla. Questo significa una sola cosa. Chi ha agito conosceva ogni centimetro di quella zona.
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sapeva come muoversi senza essere notato, sapeva quando farlo e se davvero Liliana avesse avuto un appuntamento con qualcuno quella mattina, non si sarebbe mai immaginata ciò che stava per accadere. Forse pensava a una chiarificazione, a una discussione tra adulti, a un confronto doloroso, non ha un addio definitivo. Negli ultimi mesi della sua vita, Liliana aveva iniziato a dare segnali che pochi hanno visto.
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Aveva rapporti complessi, aveva una persona che la cercava insistentemente, che non accettava no come risposta. Aveva qualcuno che voleva possederla, controllarla, indirizzarla. Chi l’ha conosciuta bene sa che Liliana era gentile, disponibile, incapace di ferire. Era il tipo di donna che apre la porta anche a chi non dovrebbe.
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La domanda che nessuno vuole contestare è questa: Liliana era seguita e chi la seguiva non era uno sconosciuto. C’è chi ha parlato di un uomo che le orbitava intorno, chi ha riferito di conversazioni animate nei giorni precedenti, chi ha visto nei suoi occhi una paura trattenuta, ma nessuno ha avuto il coraggio di mettere un nome su quella sagoma.
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E poi c’è la città Trieste, un luogo che si riempie di voci e poi le inghiotte. Le persone parlano a bassa voce, qualcuno sa ma non dice. Qualcuno sospetta ma finge di no perché la verità costa. Costa amicizie, costa reputazioni, costa sicurezza e non tutti sono disposti a pagare quel prezzo. La stampa ha raccontato un mistero, ma non ha mai raccontato il clima.
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La tensione, il disagio, il sospetto che si respira tra quei palazzi pieni di finestre chiuse. Ogni volta che si nomina Liliana, gli sguardi si abbassano, gli occhi si riempiono di non detti. Questa non è una storia di follia solitaria, è una storia di presenza, di controllo, di pressione psicologica.
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Liliana non è uscita di casa per scappare, è uscita perché si fidava o perché aveva paura di dire di no. E la cosa più assurda è che tutto il percorso sembra costruito apposta per svanire. Quelle telecamere avrebbero dovuto riprendere ogni passo. Invece ci sono buchi, angoli ciechi, fotogrammi disturbati, proprio dove serviva, proprio quando serviva. Se Liliana avesse deciso di farla finita, lo avrebbe fatto in casa sua, nel suo mondo.
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Non avrebbe bisogno di boschetti e sacchi neri e soprattutto non avrebbe mai creato una scena tanto artificiale. Qui qualcuno ha recitato e qualcuno ha scritto quel copione. Un dettaglio lascia l’amaro in gola. Il corpo di Liliana è stato ritrovato con gli stessi abiti del video, ma senza un solo graffio sulle gambe.
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Com’è possibile arrivare in un luogo con rovi e sterpaglia senza riportare un segno? A meno che non sia stata trasportata o che sia arrivata in auto? Ogni volta che qualcuno prova a chiudere il caso di Liliana con la parola suicidio, c’è un dettaglio che torna prepotente a smentire quella via comoda. Due sacchi neri stretti attorno al suo corpo e altri infilati sulla testa.
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Nessuno che vuole togliersi la vita sceglie di soffocarsi lentamente dentro buste di plastica. Nessuno si avvolge da solo come fosse un pacco da nascondere. Questo è un metodo di occultamento, un messaggio, una firma. E allora perché continuare a insinuare l’idea che Liliana abbia deciso di farla finita? Perché se si ammette che qualcuno l’ha uccisa bisogna spiegare chi, come, quando, dove e soprattutto perché.
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E qui arrivano le versioni che inciampano e i nervi che si scoprono. A parlare per primo è stato Sebastiano Visintin, l’uomo che per anni ha diviso casa e vita con Liliana. Nel tempo però la sua voce ha iniziato a cambiare tono.
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Ha costruito dubbi, ha allargato l’ombra del suicidio, ha provato a tenere aperte tutte le strade. Una persona devastata dalla scomparsa della moglie non pensa alle ipotesi possibili, pensa al dolore, pensa alla verità. E qui la verità invece sembra diventare un concetto malleabile, trasformabile a seconda di come soffia il vento. Ci sono segnali che Visintina ha interpretato come indizi chiari di una decisione estrema.
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La fede lasciata a casa, il cellulare spento, la porta chiusa con non curanza. Ma queste non sono prove, sono elementi che qualcuno può usare per costruire una narrazione utile. Quando la realtà va in una direzione scomoda, basta piegare i dettagli per renderla accettabile.
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E poi c’è un’altra questione che ha fatto molto rumore, quasi più di quanto avrebbe dovuto. Una cella telefonica agganciata in orari impossibili, nonostante il telefono dell’uomo risultasse spento. Chi l’ha agganciata? chi stava realmente usando quel dispositivo? Perché un telefono spento, senza campo, non lavora, non dialoga con le antenne, non lascia tracce? E se lascia tracce significa che qualcuno lo stava tenendo in mano, significa che qualcuno era attivo, presente negli stessi momenti in cui Liliana spariva.
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Chi era lì? Chi controllava? Chi seguiva i suoi passi? Attorno a questa storia si muovono figure silenziose che sembrano voler spuntare e ritrarsi a piacimento. Una persona amata, una persona respinta, una persona che non accetta un addio. Nelle settimane prima di morire Liliana aveva rapporti intensi e intricati con più di qualcuno.
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Amicizie che ci mettono un secondo a diventare ossessioni, confidenze che mutano in catene invisibili. Quando la libertà di una persona dà fastidio, arriva qualcuno che prova a toglierla. E come in tutte le storie che puzzano di controllo, si inizia sempre dai piccoli gesti. Pensi di scegliere da sola, ma stai seguendo la volontà di un altro.
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Pensi di uscire per una semplice passeggiata, ma stai camminando verso un punto di non ritorno. Trieste ha osservato ogni fase di questo caso senza usare affondare lo sguardo. Troppa tranquillità di facciata, troppa reputazione in gioco, troppi legami che potrebbero disfarsi come zucchero nell’acqua. Chi ha conosciuto Liliana sa che era amata da molti, ma non da tutti nel modo giusto. C’è sempre qualcuno che ama troppo male fino a stringere e soffocare.
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I giorni successivi alla scomparsa sono stati un teatro assurdo. Si fruga di qua, si perlustrano parchi, si interrogano persone, ma la sensazione è che più si cercasse, più la verità si nascondesse. Il corpo è rimasto 18 giorni in un luogo a due passi dal centro e nessuno l’ha individuato.
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Com’è possibile? Come può un corpo restare anonimo così vicino alla vita di tutti? Questo significa solo una cosa. Chi l’ha portata lì ha fatto in modo che nessuno guardasse. Chi ha compiuto quel gesto conosceva quel boschetto meglio di chiunque altro. Non c’è improvvisazione, non c’è panico, c’è studio, c’è calma, c’è organizzazione.
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E ricordiamolo, le persone che vogliono sparire lasciano tracce, biglietti, email, messaggi disperati. Chi vuole vivere, ma è nelle mani sbagliate, lascia invece segnali nascosti, sguardi diversi, comportamenti fuori posto. Liliana aveva smesso di raccontarsi con la naturalezza di sempre. Aveva iniziato a silenziare aspetti della sua vita, a trattenere parole. Le amiche lo ricordano, i familiari lo raccontano senza coerenza, ma con un fastidio evidente. Chi aveva interesse a cambiare il copione della sua routine.
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E qui torna il tassello che non combacia mai, Gabriella. Lei ripercorre il medesimo percorso. Lei è l’unica testimone casuale dell’ultimo tratto di libertà di Liliana, ma non vede nessuno, non sente nessuna voce, non avverte alcun passo davanti a sé. Chiunque cammina in quella strada a quell’ora incontra qualcuno. Invece qui non c’è nulla. Vuoto assoluto, un buco, una cancellazione totale.
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Quello che oggi sembra ormai chiaro è che Liliana non ha vissuto quella mattina da sola. ha camminato sapendo o credendo di sapere chi l’attendeva e il pezzo che manca è proprio quel volto, il volto che le sorriso prima che tutto diventasse nero, il volto che non appare in nessun filmato, perché la telecamera, che avrebbe dovuto riprenderlo, ha avuto un malfunzionamento provvidenziale.
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Che caso? Nessuno parla apertamente di manipolazioni, eppure gli orari non coincidono, i frame saltano, alcune immagini non sono mai state recuperate. È come se qualcuno avesse riscritto la realtà con il tasto modifica, cancellando ciò che non doveva essere visto. Un lavoro pulito, uno di quelli che fanno persone che sanno come funzionano certi sistemi, non mani goffe, mani esperte.
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Più ci si addentra nel caso di Liliana Resinović e più la sensazione che qualcuno abbia costruito un labirinto, un percorso fatto apposta per confondere, per far perdere l’orientamento a chi cerca la verità. Ogni volta che un dettaglio sembra portare a una risposta concreta, spunta un’altra deviazione, un’altra mano che cambia i cartelli e orienta lo sguardo nella direzione sbagliata.
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E mentre la città prova a dimenticare, questa storia rifiuta di chiudersi, perché la verità non è mai al servizio di chi la vuole calpestare. C’è una frase ripetuta più volte da chi ha indagato: “Non credete ai vostri occhi? Sembra una follia”. Eppure dentro questa follia c’è una logica diabolica. Le immagini, che dovevano essere la chiave del caso, si trasformano in un trucco visivo.
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Cercano di convincere che Liliana camminasse serena, che fosse viva, che stesse facendo un ultimo giro del suo quartiere. Ma in quelle stesse immagini non c’è il suo volto, non c’è la certezza, non c’è niente che possa confermare definitivamente la sua identità. È un’ombra con i suoi abiti, non una donna riconoscibile. La domanda è inevitabile.
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Chi aveva interesse a far credere che fosse ancora in cammino, mentre forse era già chiusa dentro un’auto diretta da un’altra parte? Chi ha costruito quella scena di normalità? Chi ha riverito l’illusione? Torniamo al suo ultimo giorno. Liliana si sveglia presto, mette i vestiti con cui verrà trovata, esce, ma non porta con sé neppure un centesimo, né il telefono, né un biglietto dell’autobus, niente, nemmeno un segno di preoccupazione, come se qualcuno l’avesse rassicurata, come se avesse ricevuto una promessa o un ordine. Le telefonate della mattina sono un enigma.
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Ancora più inquietante è l’assenza totale di messaggi. Chi la conosce la descrive come una donna attenta, meticolosa, mai superficiale. Quella mattina invece scompare tutto, come se qualcuno avesse già preso controllo della situazione prima che lei varcasse la porta di casa. La scientifica parla di collegamenti mancati, di dati che non tornano, di celle che agganciano dispositivi inattivi.
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Sembra un rebus impossibile, ma tutto si spiega se si accetta una sola verità. Non è stata Liliana a gestire le sue ultime ore, è stata governata da altri. E qui entrano in scena le relazioni, chiacchiere, messaggi, incontri. Una donna come Liliana non sparisce da sola. Sparisce perché qualcuno la pretende, sparisce perché qualcuno decide che non può più parlare.
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Il suo matrimonio si trascinava tra dissapori e rancori non detti. Chi leera accanto sostiene che fosse solo un periodo complicato, ma un periodo complicato non giustifica un corpo infilato dentro sacchi della spazzatura e abbandonato in un boschetto. Un periodo complicato non fa sparire una persona per quasi tre settimane e poi c’è una presenza costante nelle ultime pagine della sua vita.
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una persona che la cercava, che la coinvolgeva in conversazioni sempre più pressanti, che si proponeva come rifugio mentre diventava l’opposto, una persona che forse aveva superato il confine tra affetto e ossessione senza neanche accorgersene o accorgendosene fin troppo. Gli inquirenti non vogliono parlare di triangoli sentimentali, ma la logica è spietata. Le passioni malate sono il carburante perfetto per i delitti che non devono lasciar traccia.
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Chi ha parlato di questa persona racconta di un carattere ambiguo, disponibile e accomodante quando serve, duro controllante quando le cose sfuggono dal proprio dominio. Liliana aveva iniziato a prendere le distanze e chi perde il controllo di una persona spesso sceglie di controllarne il destino.
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Vicini e conoscenti ricordano l’aria tesa che circolava tra quelle mura. Qualcuno ha sentito rumori e discussioni nei giorni precedenti. Qualcuno ha notato gesti nervosi, comportamenti insoliti, ma nessuno ha fatto un passo avanti. La paura è la complice perfetta dei colpevoli. La città, con le sue strade pulite e la sua calma apparente è diventata il sipario di un gioco psicologico marcito sotto la superficie. Chi decide di uccidere non agisce nel caos.
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Imposta una scena, prepara un luogo, organizza i tempi. Ogni mossa è progettata prima che il pedone si muova. Il boschetto dove Liliana è stata ritrovata era il finale già scritto, un posto che conosceva chi ha compiuto quel gesto, un posto dove nessuna telecamera riprende, un posto che qualcuno ha scelto non a caso, ma con precisione.
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Poi ci sono i sacchi, due sacchi grandi per il corpo e sacchetti più piccoli sulla testa. La testa, il simbolo dell’identità, del volto, della parola. Chi vuole eliminare la persona comincia da lì. Togliere aria significa togliere voce. Toglierle la possibilità di raccontare qualcosa che non deve emergere.
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La posizione del corpo non è compatibile con un gesto autoinflitto, non è compatibile con un collasso improvviso, è compatibile solo con qualcuno che ha deciso fino all’ultimo dove e come lasciarla. Una verità scomoda, troppo scomoda per chi preferisce lavarsi le mani, per chi si aggrappa alla teoria del gesto volontario per non guardare negli occhi l’altra verità, quella che fa tremare.
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Liliana è stata trasportata, non è arrivata lì sui suoi piedi, non ha scelto quel posto. Quel posto è stato scelto per lei. Chi ha avuto la forza fisica di trascinare un corpo? Chi ha avuto il mezzo per spostarlo? Chi ha avuto il sangue freddo per posizionarlo senza lasciare un solo graffio sulle sue gambe? Una persona sola non basta, serve aiuto, serve complicità, serve un piano.
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Ogni tassello che abbiamo analizzato fino ora porta a una sola conclusione. Chi ha messo fine alla vita di Liliana Resinovic non ha improvvisato, ha studiato, ha osservato, ha aspettato il momento in cui nessuno avrebbe potuto difenderla. quando la sua voce era abbastanza isolata e fragile da spezzarsi senza fare rumore, il corpo ritrovato senza un graffio sugli arti, l’assenza totale di oggetti personali, la presenza di un confezionamento macabro con sacchi neri, sono segnali di un’azione metodica, fredda, un gesto compiuto da qualcuno che non voleva
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rischiare. Chi agisce nel caos lascia disordine. Qui c’è precisione chirurgica. Chiunque fosse non ha lavorato da solo. Molti all’inizio hanno pensato a un impulso rabbioso, a un’aggressione improvvisa, a una trappola esplosa nel giro di pochi minuti. Ma non è così.
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Questa storia non parla di follia momentanea, parla di controllo estremo, parla di dominio psicologico, parla di una volontà che si impone fino all’agannientamento dell’altro. Il buco di tempo tra il passaggio di Liliana e quello di Gabriella resta un punto che brucia, una finestra in cui la donna scompare nel nulla. Nessun essere umano può volatilizzarsi in quel modo.
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Questo tempo è stato costruito, cancellato, schiacciato dentro un margine studiato apposta per far sembrare tutto normale. Gli orologi delle telecamere diventano improvvisamente inattendibili. Ci sono secondi che saltano, minuti che non esistono, fotogrammi che spariscono. In un caso dove ogni istante conta, un dettaglio simile diventa un’arma perfetta per manipolare la ricostruzione.
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Chi aveva accesso a quelle telecamere? Chi poteva alterare quegli orari senza destare sospetti? Chi sapeva che quelle riprese sarebbero state l’unica traccia visiva di quella mattina? Le risposte non si trovano nei filmati. Le risposte si trovano in chi aveva interesse a modificarli e poi c’è la questione che nessuno riesce a digerire.
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Dov’era Liliana nelle ore successive alla scomparsa? Nessuno l’ha vista, nessuno l’ha sentita, nessuna telecamera la riprende più. È come se il mondo avesse smesso di accorgersi di lei all’improvviso. Questo significa solo una cosa. È stata subito spostata, subito contenuta, subito messa in un posto dove nessuno potesse più vederla o sentirla. Chi l’ha presa ha agito con rapidità, con sicurezza.
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Ha subito tolto a Liliana ogni possibilità di fuggire. Nessun tentativo di gridare, nessun contatto con l’esterno, nessuna opportunità di difendersi. Il corpo, quando è stato ritrovato, raccontava un tempo trascorso in quell’oscurità. Giorni che nessuno potrà più ricostruire completamente. 18 giorni rubati alla vita e consegnati al silenzio.
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C’è chi continua a sostenere che fosse un gesto di disperazione. Ma la disperazione non sceglie un boschetto a 500 m da casa. La disperazione non si mette in posa, la disperazione non si avvolge da sola e soprattutto la disperazione non vive per 18 giorni nel buio aspettando di essere trovata.
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Chi pensa al suicidio spegne il cervello per non affrontare la realtà. una realtà crudele, la realtà di un crimine. Liliana aveva una vita piena, aveva persone da amare, aveva voglia di raccontare ancora, aveva progetti, idee, speranze. Chi l’ha fermata lo sapeva, lo sapeva benissimo. E proprio per questo l’ha scelta come vittima.
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Una persona viva fa più paura di una persona rassegnata. La morte di Liliana non nasce dal vuoto, nasce da una verità scomoda, una verità che qualcuno voleva tenere sepolta. Indagini, testimonianze, ipotesi. Tutto porta a un unico concetto. Non tutti quelli che le stavano accanto volevano davvero il suo bene. Qualcuno voleva il controllo totale.
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Qualcuno non ha accettato che lei potesse staccarsi. Qualcuno ha deciso che se Liliana non fosse stata più sua, allora non sarebbe stata più di nessuno. C’è una domanda che fa tremare. Liliana è morta per ciò che sapeva o per ciò che voleva cambiare? In entrambi i casi a qualcuno è sembrato troppo, a qualcuno è sembrato un pericolo. Nel caos dei sospetti si cammina su un terreno minato.
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Ogni ipotesi tocca nomi reali. persone che camminano tranquille, che continuano la loro vita, convinte di aver seppellito per sempre il passato. Ma il passato non resta fermo, il passato graffia e quando graffia lascia sangue. La procura ha oscillato tra una teoria e l’altra. ha aperto, chiuso, riaperto scenari, ha ascoltato consulenti, esperti, medici, criminologi, ma ancora oggi non c’è un colpevole, non c’è un volto su cui puntare il dito, non c’è una confessione.
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Questo però non significa che non esista un responsabile, significa solo che chi ha agito ha avuto abbastanza sangue freddo da preparare ogni dettaglio e abbastanza influenza da far tremare chi dovrebbe parlare. Lo scenario che resta in piedi è quello più temuto. Liliana è stata portata da qualcuno che conosceva molto bene, qualcuno che la conosceva da anni, qualcuno che poteva bussare alla sua porta e ottenere fiducia anche senza meritarla. Una camminata breve.
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Una scomparsa rapida, una morte silenziosa. A distanza di tempo, questa storia continua a ribellarsi contro la versione comoda. Perché gli elementi non combaciano? Perché le coincidenze sono troppe? Perché quegli ultimi minuti gridano la verità che nessuno vuole ammettere? M.