“Perché quei soldi”. Garlasco, bomba Massimo Lovati: la verità sul denaro della famiglia Sempio

Il caso di Garlasco, già di per sé un labirinto di ipotesi, sospetti e archiviazioni, si arricchisce di nuovi intrecci che stanno alimentando polemiche e tensioni giudiziarie. Al centro dell’ennesimo capitolo c’è un pizzino ritrovato in casa Sempio, un foglietto che avrebbe dovuto contenere poco più di un appunto domestico ma che,

invece, è diventato elemento chiave di scontro tra accusa e difesa. Sul foglio è scritto: “Venditti gip archivia per 20-30 euro”. Una frase che, secondo la procura, si riferirebbe a un presunto tentativo di corruzione. Ma per Massimo Lovati, legale di Andrea Sempio, la verità è ben diversa.

L’avvocato, intervistato da La Stampa, non usa mezzi termini: “I 20-30 euro dell’appunto del padre erano per le marche da bollo. Né il mio assistito né Stasi sono responsabili, dietro l’uccisione c’è un’organizzazione criminale”. Secondo la sua ricostruzione, si tratterebbe di un mero calcolo burocratico, il costo necessario per ottenere copia di un atto di archiviazione. Nessuna cifra astronomica, nessun passaggio di denaro sospetto. Solo la spesa minima di una procedura legale.

Garlasco, l’annuncio dell’ex comandante dei Ris Garofano su Andrea Sempio

Garlasco, Massimo Lovati: “Quei soldi per le marche da bollo”

Lovati insiste su un punto che ritiene cruciale: l’abitudine della famiglia Sempio a conservare qualsiasi tipo di documento, anche il più banale. “La famiglia Sempio è abituata a conservare tutto. Biglietti di ogni specie: elettricista, idraulico, parcheggi. Mi rendo conto: è curioso che tengano anche un biglietto del genere dopo sette anni. Questo lo tenevano in un libro scritto dal collega Tizzoni, dal titolo Processo Garlasco. Diritto alla verità. Il biglietto era infilato come segnalibro”. Da qui la spiegazione, forse scomoda ma per lui lineare, dell’origine del pizzino che ora è al centro del fascicolo.

La procura di Pavia, però, non è convinta. Per gli inquirenti si tratterebbe della prova di un tentativo di corruzione del giudice che avrebbe potuto archiviare la posizione di Sempio. Una lettura che Lovati respinge con decisione, accusando a sua volta i magistrati di aver voluto forzare il significato di quelle poche righe: “C’è una capziosità evidente, da parte dei signori della procura di Brescia. Parlano di 20 o 30 mila euro, ma non è quello che c’è scritto. C’è scritto 20 o 30 euro: è la cifra che serve per ottenere copia dell’atto di archiviazione. È un preventivo di spesa. Ma se uno forza la verità, come loro cercano di fare, allora tutto è possibile. Che poi, oltretutto, sarebbe una somma ridicola di fronte all’accusa di corruzione in atti giudiziari. E parliamo di Mario Venditti, un magistrato integerrimo. Uno dei migliori che abbia conosciuto nella mia carriera”.

Non meno delicate sono le intercettazioni che vedono i genitori di Sempio discutere di assegni e di come ottenere liquidità. Anche su questo punto Lovati prova a gettare acqua sul fuoco: “Sono soldi presi per le spese legali. Uno può farseli prestare. C’erano tre avvocati da pagare. L’uso del contante non è vietato dalla legge”. Una spiegazione che, a suo dire, spiegherebbe quei movimenti finanziari che l’accusa considera sospetti, ma che si sarebbero resi necessari per affrontare l’improvvisa emergenza processuale.

Lovati Sempio Garlasco

Il legale ricorda come la notizia del coinvolgimento di Sempio fosse arrivata alla famiglia in maniera brutale e imprevista, proprio alla vigilia di Natale del 2017: “La famiglia Sempio stava mangiando il panettone il 24 dicembre del 2017, quando ha saputo dalla televisione. È chiaro che una famiglia si mobilita e va a cercare avvocati e consulenti. Appena ho avuto a disposizione gli atti, ho tranquillizzato Andrea e i suoi genitori. Era un’indagine vuota. Priva di contenuti. L’archiviazione sarebbe stata certa”.

Mentre la vicenda si infittisce e la procura continua a scavare, le parole dell’avvocato cercano di ridare coerenza a un mosaico che rischia di scomporsi ancora una volta. Il delitto di Chiara Poggi, a distanza di oltre 17 anni, resta una ferita aperta e un giallo senza una soluzione definitiva, in cui ogni dettaglio, anche un appunto da poche righe, si trasforma in una miccia pronta ad accendere nuove accuse e controaccuse.

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