Sara e Ilaria, due femminicidi in poche ore in Italia: le lacrime ora devono diventare azione

Quando muoiono due ragazze in due giorni, quando i loro corpi vengono trovati straziati, abbandonati, vilipesi, qualcosa dentro di noi si spezza. Non è solo rabbia. Non è solo dolore. È un silenzio che assorda, una resa collettiva che ci prende in gola e ci lascia muti. Sara è stata uccisa dopo mesi di molestie mai denunciate. Ilaria è finita in una valigia. Le hanno tolto tutto: la voce, il respiro, il diritto di esistere. E intorno, il mondo ha fatto esattamente quello che fa sempre: ha continuato a girare

La verità più feroce è che non si tratta più di eccezioni. Ogni volta ci illudiamo che sia l’ultima, che sia un caso isolato, che non succederà di nuovo. Ma succede. Ancora. Ancora. Ancora. E allora ci ritroviamo qui, a cercare parole che non bastano più, a raccontare l’ennesima storia che avremmo voluto non scrivere mai. Una storia che comincia con un sorriso spezzato e finisce con un funerale.

Ma quello che fa più male non è solo la fine. È tutto ciò che c’era prima. Le paure che non sono state ascoltate. I segnali ignorati. Gli sguardi abbassati. È sapere che non serviva molto per salvarle. Un intervento. Una voce che si alzava al momento giusto. Una società che sapesse distinguere l’amore dalla pretesa, il corteggiamento dall’ossessione, la gelosia dalla violenza. E invece niente. Invece il vuoto. Un vuoto che pesa come una condanna.

Perché qui non si tratta più solo di proteggere le donne. Si tratta di cambiare tutto: il linguaggio, l’educazione, le priorità. Si tratta di capire, una volta per tutte, che ogni volta che una ragazza viene uccisa da chi diceva di amarla, è lo Stato che ha fallito, è la scuola, è la famiglia, è la nostra cultura che ha lasciato passare, giustificato, tollerato. È ogni volta che qualcuno ha detto “non esagerare”, “è solo geloso”, “passerà”.

E intanto non passa. Intanto si muore. Si muore in silenzio, nella solitudine, nella paura. Si muore chiedendo aiuto sottovoce, o non chiedendolo affatto, perché si sa già che nessuno ascolterà davvero. E allora cosa resta? Resta il dolore. Resta la vergogna. Resta la certezza che domani potremmo ritrovarci ancora qui, a piangere un altro nome. Un altro volto. Un’altra giovane vita.

Ma non deve andare così. Non può andare così. Il dolore deve diventare azione. Le lacrime devono diventare scelte. Le parole devono diventare cambiamento. Perché se anche solo una, una soltanto, potesse essere salvata da ciò che oggi ci spezza il cuore, allora sarebbe già una battaglia vinta. E noi glielo dobbiamo. A Sara, a Ilaria, e a tutte le altre che non hanno avuto il tempo di diventare grandi.

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