Tragedia di Crans Montana, chi era il 16enne Giovanni Tamburi riconosciuto dal dna

Giovanni Tamburi era un ragazzo di 16 anni, nato e cresciuto a Bologna, studente brillante del liceo scientifico Righi. Un adolescente descritto da chi lo conosceva come maturo,

curioso, capace di dare profondità alle parole e ai silenzi. Un ragazzo “con la testa sulle spalle”, presente, rispettoso, amato dai compagni e stimato dai docenti. La sua storia si è interrotta troppo presto, diventando una delle più dolorose ferite della strage di Capodanno a Crans Montana, in Svizzera.

In questi giorni interminabili, di angoscia e dolore, Bologna aveva trattenuto il respiro, sperando in un miracolo. Ma purtroppo nella serata del 3 ottobre ogni speranza è stata spazzata via: “Giovanni Tamburi è tra le vittime della strage”. La voce si è diffusa a, fino alla conferma ufficiale arrivata attorno alle 20. Non c’è stato nulla da fare per il 16enne bolognese, rimasto ucciso nell’incendio del locale a Crans-Montana. L’identificazione sarebbe avvenuta tramite il Dna.

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Straziante, nei giorni precedenti, l’attesa della madre, Carla Masiello. “Ditemi almeno se è morto”, era stato l’appello ripetuto alle autorità svizzere. La donna aveva fornito Dna e impronte dentali, aggrappandosi a ogni minimo dettaglio, come la catenina d’oro con la madonnina che Giovanni indossava sempre e che poteva agevolare il riconoscimento. Una speranza sostenuta con la dignità e il coraggio di una madre che non vuole arrendersi. Appresa la notizia della morte del figlio, Masiello è partita subito per la Svizzera, dove già si trovava il padre di Giovanni, Giuseppe Tamburi, ex marito di Carla e alla guida di Rinaldi 1957, azienda che importa e distribuisce vini e liquori pregiati. La famiglia Tamburi è molto conosciuta e stimata in città.

A esprimere pubblicamente il dolore è stata anche la senatrice bolognese e sottosegretaria alla Cultura Lucia Borgonzoni. “Assieme alla mamma, con la quale siamo state sempre in contatto, abbiamo sperato fino alla fine che Giovanni fosse vivo – dice, visibilmente commossa –. Purtroppo stasera, con profondo dolore, abbiamo scoperto che non è così: è uno dei ragazzi italiani morti nella strage di Capodanno. Esprimo il mio cordoglio e la mia vicinanza ai familiari, distrutti da questa tragedia”. Poco dopo, sui social, ha scritto: “Abbiamo pregato così tanto per te. Ora sei un angelo. Bologna piange un suo piccolo grande concittadino. Buon viaggio Giovanni”.

La tragedia si è consumata nel seminterrato del bar Le Constellation, punto di riferimento della località sciistica, dove decine di ragazzi stavano festeggiando l’arrivo del nuovo anno. Avevano appena brindato alla mezzanotte, ballavano con la musica a tutto volume, quando il soffitto del locale ha preso fuoco. Il bilancio è devastante: quaranta giovani morti e oltre 120 feriti. A tre giorni dalla strage di Capodanno, i proprietari del locale, Jacques e Jessica Moretti, sono stati iscritti nel registro degli indagati con le accuse di omicidio colposo, lesioni e incendio colposi. Al centro dell’inchiesta c’è il rispetto delle misure di sicurezza antincendio.

Al liceo Righi, Giovanni continua a vivere nei ricordi di chi lo ha conosciuto. “Un bel tipo. Con la testa sulle spalle. Mai scontato: i suoi interventi elevavano le conversazioni delle lezioni. Perché Giovanni è presente in ogni discorso”. Così lo ricorda don Vincenzo Passarelli, suo professore di religione: “Faceva parte del gruppetto di alunni che seguiva le ore di religione. Un ragazzo sorridente, attento e molto educato. Ma educato davvero, non un musone. Era uno studente arguto e intelligente”. E ancora: “Era molto presente in classe. Le mie lezioni sono dei dialoghi esistenziali, che richiedono un confronto con gli studenti. Giovanni, in questo, era proprio un bel tipo: quando interveniva, lo faceva con frasi profonde e coglieva sempre il punto. Ciò che diceva aveva senso. Mai banale o scontato. Le sue parole facevano progredire la lezione”.

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